Cresce il consumo di alimenti industriali ricchi di additivi e poveri di nutrienti: studi recenti collegano gli ultraprocessati a obesità, infiammazioni e malattie croniche
Parma, 13 febbraio 2026 – Negli ultimi anni, l’attenzione scientifica e mediatica si è intensificata riguardo agli effetti dei cibi ultraprocessati sulla salute umana. Questi alimenti, pur essendo ampiamente diffusi e apprezzati per la loro praticità e gusto, presentano rischi significativi che vanno ben oltre il semplice apporto calorico. Il tema è stato oggetto di approfondimenti anche presso l’Università degli Studi di Parma, una delle istituzioni di eccellenza italiana nell’ambito della ricerca agroalimentare e nutrizionale.
La complessità biologica e il paradosso degli alimenti ultraprocessati
Gli alimenti ultraprocessati sono prodotti industriali che subiscono molteplici fasi di lavorazione, con l’aggiunta di numerosi additivi come coloranti, emulsionanti, edulcoranti e conservanti. Questi alimenti, pur essendo formulati con ingredienti “sicuri” da un punto di vista tossicologico, risultano spesso impoveriti di fibre, micronutrienti e altre componenti essenziali per la salute. La struttura fisica semplificata di questi prodotti altera profondamente il nostro metabolismo e l’equilibrio del microbiota intestinale, un vero e proprio “organo” con un ruolo cruciale nella digestione, nel sistema immunitario e nella regolazione dell’asse intestino-cervello.
A differenza degli alimenti naturali, la digestione degli ultraprocessati è rapida e incompleta nel tratto gastrointestinale superiore, con una scarsa disponibilità di substrati fermentabili per il microbioma nel colon. Questo provoca picchi glicemici elevati e rapida insorgenza della fame, favorendo un circolo vizioso di consumo eccessivo e aumento del rischio di sovrappeso e obesità. Inoltre, la riduzione della funzione protettiva del microbiota intestinale promuove infiammazioni croniche e patologie intestinali, inclusi tumori del colon-retto.
Evidenze scientifiche e implicazioni per la salute pubblica
Gli studi più recenti, tra cui quelli condotti da ricercatori come Kevin Hall presso il National Institutes of Health, hanno dimostrato che diete basate su cibi ultraprocessati inducono un aumento significativo dell’apporto calorico spontaneo e del peso corporeo in tempi molto brevi. La densità energetica elevata e la capacità di interferire con i segnali di sazietà rappresentano meccanismi chiave alla base degli effetti negativi di questi alimenti.
In Italia, il consumo di cibi ultraprocessati è in costante crescita: secondo dati aggiornati dell’Istituto Superiore di Sanità, tra il 2005-2006 e il 2018-2020 la quota calorica derivante da questi prodotti è passata dal 12% al 23%. Questo trend è preoccupante soprattutto nelle fasce sociali più vulnerabili, dove l’accessibilità economica e la praticità di questi alimenti ne favoriscono l’adozione.
Un recente studio pubblicato su The Lancet ha inoltre evidenziato che il consumo elevato di cibi ultraprocessati è associato a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, cancro e disfunzioni del sistema immunitario. Le sostanze contenute in questi alimenti, come emulsionanti e additivi vari, possono alterare la permeabilità intestinale e scatenare risposte infiammatorie sistemiche.
Classificazione e riconoscimento degli alimenti ultraprocessati
Per comprendere meglio quali prodotti evitare o limitare, è utile distinguere tra alimenti processati e ultraprocessati. I primi sono ottenuti con modifiche semplici, come l’aggiunta di sale o zucchero a cibi freschi, mentre i secondi includono ingredienti industriali e additivi non utilizzati in cucina tradizionale. L’elenco degli alimenti ultraprocessati comprende non solo prodotti notoriamente poco salutari come bibite gassate, hot dog, salsicce, carni lavorate e snack industriali, ma anche alimenti apparentemente “sani” come yogurt aromatizzati, cereali da colazione confezionati e pane integrale industriale.
Una regola pratica suggerita dagli esperti è quella di preferire prodotti con un numero limitato di ingredienti in etichetta, prediligendo cibi freschi o minimamente lavorati come frutta, verdura, legumi, cereali integrali, pesce e carne magra. L’attenzione alla lettura delle etichette diventa quindi uno strumento fondamentale per fare scelte consapevoli.
Cibi ultraprocessati, il ruolo dell’Università degli Studi di Parma nella ricerca alimentare
L’Università di Parma, tra i più antichi atenei italiani e centro di riferimento europeo nel settore alimentare, svolge un ruolo chiave nella ricerca e nella divulgazione riguardo all’impatto dei cibi ultraprocessati. Attraverso il suo progetto “Food Project” e i dipartimenti dedicati alle scienze degli alimenti e della nutrizione, l’ateneo promuove studi innovativi per comprendere le dinamiche biologiche e sociali legate alla trasformazione alimentare.
Il campus scientifico di Parma ospita laboratori all’avanguardia che analizzano non solo la composizione chimica degli alimenti, ma anche la loro interazione con il microbiota umano, con l’obiettivo di sviluppare linee guida nutrizionali che possano contribuire a migliorare la salute pubblica e orientare politiche alimentari più sostenibili.
In un contesto in cui i modelli alimentari globali si stanno trasformando rapidamente, la ricerca condotta dall’Università di Parma rappresenta un contributo fondamentale per affrontare le sfide della nutrizione moderna, mettendo al centro la complessità del rapporto tra alimenti, metabolismo e benessere umano.
