Il cambiamento climatico, la riduzione dell’impatto ambientale e la ricerca di modelli agricoli più sostenibili stanno riscrivendo le regole della viticoltura europea. In questo scenario i vitigni Piwi, varietà di vite resistenti a funghi, parassiti e stress ambientali, rappresentano una delle innovazioni più promettenti per il futuro del vino. Mentre diversi Paesi europei hanno già integrato queste cultivar nelle denominazioni di qualità, l’Italia procede con estrema cautela, lasciando emergere un evidente ritardo strategico.
Vitigni Piwi, sostenibilità e qualità nello stesso bicchiere
Le varietà Piwi nascono da programmi di selezione mirati a ottenere viti capaci di difendersi naturalmente dalle principali malattie della vite, come peronospora e oidio, oltre a tollerare condizioni climatiche sempre più estreme, come siccità e ondate di calore. Grazie a queste caratteristiche, i vigneti Piwi richiedono un numero molto ridotto di trattamenti antiparassitari, con benefici evidenti per l’ambiente, la salute dei lavoratori e i costi di produzione. La loro diffusione offre quindi una concreta possibilità di conciliare sostenibilità ambientale ed elevata qualità del prodotto.
L’Europa accelera, l’Italia frena
La Commissione Europea ha riconosciuto formalmente il valore di queste varietà già nel 2021, consentendone l’uso anche all’interno delle denominazioni di origine. Paesi come la Francia hanno rapidamente colto questa opportunità: in Champagne dal 2022 è autorizzato il vitigno resistente Voltis, mentre a Bordeaux è stato introdotto Artaban. Germania e Svizzera superano già il 2,5% della superficie vitata con Piwi, l’Ungheria ha oltrepassato l’8%. In Italia, invece, la normativa nazionale continua a limitarne l’uso ai vini da tavola e alle Igt, escludendoli da Doc e Docg. Questa scelta frena in modo significativo la loro diffusione.
Numeri che raccontano il ritardo italiano
A fronte di un patrimonio viticolo di circa 680 mila ettari, la superficie coltivata con varietà resistenti in Italia non supera i 3.600 ettari, poco più dello 0,5% del totale. Inoltre, solo dieci regioni su venti ne autorizzano la coltivazione. Le regioni meridionali, dove il clima più caldo riduce la pressione delle principali malattie della vite, sono le più restie ad adottarle, ritenendo meno urgente il ricorso a queste soluzioni.
La ricerca italiana e le prime varietà registrate
Nonostante il quadro normativo complesso, la ricerca italiana sui vitigni resistenti è attiva da oltre vent’anni. I Vivai Cooperativi Rauscedo, in collaborazione con l’Università di Udine, hanno avviato già nel 1998 un importante programma di miglioramento genetico che ha portato, nel 2015, all’iscrizione delle prime varietà resistenti nel Registro nazionale. Parallelamente la Fondazione Mach di San Michele all’Adige sperimenta Piwi derivati da Chardonnay per la produzione delle basi spumante del Trentodoc. Tra le prime varietà sviluppate figurano Fleurtai, Soreli, Sauvignon Kretos, Sauvignon Rytos, Merlot Kanthus e Cabernet Volos. Oggi il Registro nazionale comprende 36 varietà resistenti, di cui 14 commercializzate da Vcr.
Il nodo dei vitigni autoctoni
Secondo il professor Attilio Scienza, docente emerito di viticoltura ed enologia dell’Università di Milano, la scarsa diffusione dei Piwi è legata anche al forte legame della viticoltura italiana con i vitigni autoctoni. Le varietà resistenti oggi disponibili derivano in gran parte da uve internazionali, mentre lo sviluppo di Piwi basati su Sangiovese, Trebbiano o Nebbiolo potrebbe favorire una più ampia accettazione da parte dei produttori. In particolare nel Sud, osserva Scienza, un vitigno come il Sauvignon, anche se resistente, fatica a esprimere il meglio delle proprie potenzialità in territori come la Sicilia, alimentando lo scetticismo verso queste nuove cultivar.
Prosecco e Pinot Grigio al centro della svolta
Proprio per superare questo limite, Vcr ha avviato un nuovo programma di selezione su circa 90 varietà, con particolare attenzione ai vitigni simbolo del Nord Est. Le prime cultivar resistenti figlie di Glera, vitigno base del Prosecco, saranno pronte dal 2026. In parallelo anche il comparto del Pinot Grigio lavora per introdurre varietà complementari Piwi nei disciplinari di produzione.
Una nuova frontiera per la viticoltura del Nord Est
Secondo Yuri Zambon, direttore dei Vivai Cooperativi Rauscedo, le nuove varietà derivate da Glera mantengono l’impronta sensoriale del vitigno originale, arricchendola con nuove sfumature aromatiche e con una maggiore adattabilità ai diversi territori italiani. La resistenza alle principali malattie consente una drastica riduzione dei trattamenti fungicidi, innalzando gli standard di sostenibilità. In un’area come il Nord Est, tra le più vitate del Paese, queste innovazioni rappresentano uno strumento fondamentale per affrontare le sfide poste dal cambiamento climatico. L’interesse crescente dei consorzi di tutela del Prosecco e del Pinot Grigio delle Venezie potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione per la viticoltura sostenibile italiana.
