Tra dazi, tensioni internazionali, consumi in calo e nuove abitudini di acquisto, il vino del Nord Est si trova ad affrontare una fase tutt’altro che semplice. Secondo le stime di Adacta, il comparto vale 7,4 miliardi di euro, spinto soprattutto dal Prosecco, e rappresenta il 9,6% dell’intero fatturato mondiale del settore, che si aggira sui 77 miliardi annui. Un peso enorme, ma anche una responsabilità crescente per centinaia di operatori veneti, friulani, trentini e altoatesini che guardano a Vinitaly 2026 con più cautela che entusiasmo.
Un mercato ricco ma sotto pressione
La qualità di bianchi, rossi e spumanti continua a essere alta e riconosciuta a livello internazionale, ma questo non sembra più sufficiente da solo. Oggi vendere bene e mantenere margini adeguati per investire nel futuro è diventato molto più complicato. Le incognite arrivano da più fronti: le tensioni geopolitiche, vecchie e nuove, pesano sulla fiducia dei consumatori, il mercato italiano resta fermo da tempo e i più giovani si avvicinano meno di un tempo ai vini tradizionali, preferendo alternative percepite come più leggere o più in linea con le nuove tendenze.
Le valutazioni di Adacta
A sottolineare la complessità del momento è Paolo Masotti, ceo di Adacta Advisory, che insieme al team di esperti della società ha realizzato un report sulle dieci principali aziende vinicole del Nord Est. Il quadro, spiega, è segnato da forte incertezza. I dazi americani e le regole internazionali stanno incidendo sull’export verso gli Stati Uniti, un mercato considerato strategico, e rendono la situazione ancora più difficile da gestire.
Masotti osserva anche che il calo dei consumi pro capite è ormai un fenomeno strutturale, destinato a ridurre i volumi bevuti. Questo effetto, però, potrebbe essere bilanciato da un aumento del prezzo medio e da una sempre più marcata collocazione delle etichette nella fascia premium. A cambiare è anche il clima: la volatilità meteorologica sta spingendo i territori ad adattarsi, mentre la produzione, lentamente ma in modo costante, si sta orientando sempre più verso il nord Europa, Regno Unito compreso. In questo scenario, una nota positiva arriva dall’enoturismo, che in Italia e nel mondo sta diventando una voce di ricavo sempre più importante per le imprese del settore.
Le grandi aziende tengono
Se si osservano le performance delle dieci realtà più grandi del Nord Est per fatturato, il quadro non è finora negativo, anzi. In alcuni casi, come quello di Mionetto, i ricavi sono arrivati persino a raddoppiare. Molto bene anche il gruppo Santa Margherita, della famiglia Marzotto, con sede nel Portogruarese, che può vantare il miglior rapporto tra fatturato e utili.
Masotti ricorda che l’ultimo ottennio è stato nel complesso un periodo di crescita. Prima del Covid l’aumento dei ricavi era stato del 3,6%, mentre nel post-pandemia si è assistito a una fase di rilancio che è proseguita fino al 2022 e all’inizio del 2023, con un incremento del 9,5%. Ora, però, il ritmo si è rallentato e si è passati a una lieve flessione media annua dello 0,5%. Una parte dell’aumento dei fatturati, peraltro, è legata anche all’inflazione degli anni successivi alla pandemia. La marginalità resta stabile, ma un settore che viaggia intorno al 5% non è considerato particolarmente attraente per chi cerca di investire.
La classifica dei big del vino
Guardando più da vicino la top 10, il gruppo più grande resta Cantine Riunite, cooperativa che nel 2024 ha totalizzato 666 milioni di euro di ricavi, con un Ebitda del 6,5%. Alle sue spalle c’è Argea, controllata dal fondo Clessidra, con 453 milioni di fatturato. Seguono Italian Wine Brands, unica società vinicola quotata a Piazza Affari insieme alla veronese Masi, che ha raggiunto i 402 milioni, e altre quattro cooperative: Cavit, La Marca, Collis e Mezzacorona, tutte collocate tra i 212 e i 253 milioni.
Completano il quadro il gruppo Zonin, partecipato da 21 Invest, con 209 milioni, Santa Margherita con 203 milioni e un Ebitda del 29%, e infine Mionetto, controllata da un’impresa, con 181 milioni. Il settore ha anche un forte impatto occupazionale: nel Nord Est lavorano 10.545 addetti, in aumento rispetto ai poco più di 9mila del 2019. Mezzacorona e Zonin, da sole, impiegano più di 500 persone ciascuna.
Il capitolo Prosecco
Il dossier più delicato resta però quello del Prosecco, denominazione dalla quale Veneto e Friuli Venezia Giulia non possono prescindere. I dati più recenti diffusi dai Consorzi indicano che tra gennaio e febbraio 2026 le vendite sono scese del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il calo è legato soprattutto alla diminuzione delle esportazioni verso gli Stati Uniti, dove nei primi due mesi dello scorso anno le spedizioni erano state gonfiate dall’effetto scorte, in vista dell’introduzione dei dazi, poi entrati effettivamente in vigore nell’aprile 2025.
Più confortante il dato di marzo, che segna un +6% e riporta l’andamento più vicino alla traiettoria ordinaria della denominazione. Ma anche per un marchio forte come il Prosecco restano aperti i nodi legati a guerre commerciali, tariffe e instabilità geopolitica, fattori che stanno pesando in modo evidente sul 2026.
