Effetto dazi: il vino canadese cresce mentre cala l’export americano

Delle bottiglie di vino canadese

Delle bottiglie di vino canadese

Alessandro Bolzani

26 Febbraio 2026

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Canada hanno avuto effetti inattesi anche nel settore enologico. L’introduzione dei dazi voluti dall’amministrazione di Donald Trump ha infatti modificato gli equilibri del mercato nordamericano del vino, producendo conseguenze che, secondo diversi osservatori, hanno finito per favorire soprattutto il comparto vinicolo canadese. Il caso rappresenta un esempio concreto di come le politiche protezionistiche possano generare effetti indiretti e talvolta opposti rispetto agli obiettivi iniziali.

Il Canada, un produttore minore nel panorama vinicolo mondiale

Storicamente il Canada non occupa una posizione di primo piano nella produzione vinicola globale. Il Paese si colloca oltre il ventesimo posto tra i produttori mondiali e dispone di circa 13.000 ettari coltivati a vite, una superficie relativamente limitata se rapportata all’estensione territoriale nazionale.

La produzione è concentrata soprattutto in due aree. L’Ontario rappresenta il principale polo vitivinicolo, con oltre metà dei vigneti nazionali situati in gran parte nella Niagara Peninsula. Segue la British Columbia, che raccoglie circa un terzo delle superfici vitate, concentrate in particolare nella Okanagan Valley. Québec e Nuova Scozia contribuiscono invece con volumi più ridotti. Complessivamente, il Canada conta circa 850 cantine, numeri contenuti rispetto alle principali regioni europee del vino.

L’identità enologica canadese e il ruolo degli Ice Wine

A livello internazionale, il Canada è conosciuto soprattutto per gli Ice Wine, vini dolci ottenuti da uve lasciate congelare naturalmente sulla pianta dopo la maturazione. La vendemmia avviene durante l’inverno, quando le temperature scendono ben sotto lo zero: durante la pressatura l’acqua congelata resta separata dal mosto, che risulta così particolarmente concentrato in zuccheri e acidità.

Questi vini vengono prodotti principalmente da uve riesling e vidal blanc e, dopo fermentazione e affinamento, danno origine a etichette aromatiche e intense, considerate tra le specialità più riconoscibili del Paese.

Gusti dei consumatori e forte dipendenza dall’import

Dal punto di vista dei consumi, il mercato canadese ha tradizionalmente mostrato una forte apertura verso i vini stranieri. I rossi ispirati allo stile bordolese, in particolare quelli basati su Cabernet Sauvignon, risultano tra i più apprezzati. Tra i bianchi trovano spazio soprattutto chardonnay — il vitigno più coltivato localmente — e pinot grigio, categoria nella quale l’export italiano ha storicamente avuto un ruolo rilevante.

Negli ultimi anni è cresciuto anche l’interesse per il pinot nero, coltivato in particolare nella Okanagan Valley, pur restando forte l’attrazione per le etichette francesi di Borgogna. Prima delle tensioni commerciali, circa l’80% del vino consumato in Canada proveniva dall’estero e una quota compresa tra il 10 e il 15% arrivava dagli Stati Uniti.

L’introduzione dei dazi e la risposta canadese

La situazione è cambiata il 4 marzo 2025, quando Washington ha ufficializzato l’introduzione di dazi su diverse merci provenienti dal Canada. Ottawa ha risposto applicando tariffe doganali del 25% su prodotti statunitensi, aprendo una fase di forte attrito commerciale tra i due Paesi.

Successivamente, nuovi accordi hanno mantenuto esente da dazi circa il 90% degli scambi bilaterali, ma l’impatto iniziale delle misure ha comunque influenzato i comportamenti dei consumatori. In Canada si è infatti diffuso un orientamento più favorevole ai prodotti nazionali, accompagnato da episodi simbolici come scaffali di supermercati privi di vini statunitensi.

Crescita delle vendite locali e nuovi equilibri di mercato

I cambiamenti nelle abitudini di acquisto si sono riflessi rapidamente nei dati di vendita. Nonostante una generale diminuzione dei consumi di alcolici, i vini canadesi hanno registrato un incremento significativo: oltre il 50% in più nelle regioni di Ontario e Québec e circa il 20% nelle aree di Nuova Scozia e British Columbia.

Parallelamente, il calo delle esportazioni statunitensi verso il Canada è stato molto marcato, superando il 90% nei mesi successivi all’introduzione dei dazi. I consumatori canadesi hanno iniziato a orientarsi anche verso vini provenienti da altri Paesi, in particolare Cile, Australia e Argentina, prodotti che presentano caratteristiche stilistiche simili a quelle del vino statunitense.

Un effetto inatteso per l’export americano

Prima delle tensioni commerciali, il mercato canadese rappresentava circa il 36% dell’export vinicolo degli Stati Uniti, una quota particolarmente rilevante. La drastica riduzione delle vendite oltreconfine ha quindi inciso in modo significativo sull’industria americana del vino.

Il risultato complessivo suggerisce come le politiche tariffarie possano produrre conseguenze difficili da prevedere: mentre il Canada ha visto rafforzarsi il proprio settore vinicolo interno e diversificarsi le importazioni, i produttori statunitensi hanno perso uno dei loro principali mercati di riferimento. In ambito enologico, il confronto commerciale tra i due Paesi mostra così come le dinamiche del protezionismo possano ridisegnare rapidamente equilibri consolidati.

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